Traccia omelia Domenica 2 agosto 2020 XVIII domenica del Tempo ordinario anno A

Pubblicato giorno 31 luglio 2020 - News Parrocchia

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XVIII del T.O./A

02/08/2020

Traccia di omelia

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Parola del Signore

 

Il profeta Isaia (prima lettura), nel poema da cui è tratto il testo appena proclamato, rinnova l’invito all’ascolto, alla fiducia, alla conversione. Anzi, fa un esempio all’apparenza assurdo: per saziarsi veramente bisogna mangiare la Parola di Dio, come fosse un banchetto di festa. “Su ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti” (55,2b).

Però è un po’ strano, non trovate: mangiare la parola. Non si può fare, le parole non si possono mangiare; sarebbe come dire: Corrimi la luce, prendimi quel monte, passeggiamo questa pesca… Non ha senso. Oppure ce l’ha? E ce l’ha in un unico, esclusivo modo. E’ chiaramente, questa, una profezia. Non una mera, vaga previsione del futuro, ma una profezia vera. In Cristo che è la Parola di Dio che si è fatta carne e si è offerto a noi, nell’Eucaristia, quale corpo e sangue, la Parola di Dio si può, anzi si deve mangiare. Chi ne mangia avrà la vita eterna. Fuori di questa comprensione come si spiegano le parole di Isaia?

Il brano evangelico è stato scelto perché è una delle occasioni nelle quali Cristo si presenta come colui che “apre la mano e sazia la fame di ogni vivente”. Egli che, in una grande compassione, si china sui malati nel corpo (v. 14). “Tutti mangiarono a sazietà” (Mt 14,20).

Nello stesso tempo, il brano si ricollega all’ultima cena e all’Eucaristia nei verbi precisi che l’evangelista usa per questo testo: “prese i pani … alzò gli occhi, recitò la benedizione… spezzò i pani… li diede ai discepoli e alla folla” (19).

La morte di Giovanni il Battista (narrata in precedenza) ha colpito duramente Gesù. Quando si è nel dolore si vuole stare un po’ da soli. La folla non molla e Gesù prova “compassione” della gente (letteralmente sente “muoversi le viscere”) e compie due gesti fondamentali: guarisce i malati (14) e nutre i presenti (19).

Il secondo gesto diventa il motivo dominante del testo, per il suo alto valore simbolico, come poco sopra si accennava.

Il versetto all’alleluia è una chiave di lettura dell’evento: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4b). Ciò che esce dalla bocca di Dio è la Parola. Gesù è questa parola fatta carne, capace di soddisfare la ricerca umana di felicità, di vita e di speranza.

Ci troviamo di fronte a una situazione umana e spirituale:
- umana: i discepoli non possono far finta di nulla, separando fede e vita, lasciando che ciascuno provveda a sé. Debbono farsi carico dei bisogni della gente, specie dei più piccoli e poveri, degli ammalati;
- spirituale e simbolica: siamo nel deserto come nell’esodo; il pane moltiplicato ricorda la manna; contesto di prova e tentazione: morte di Giovanni il B.; i discepoli debbono confortare e dare speranza, non posso limitarsi al ruolo di freddi burocrati del Vangelo, ma sono veri e propri mediatori di Gesù:
in via ascendente: portano a Gesù la realtà bisognosa del popolo;
in via discendente: distribuiscono alla folla il pane che sfama e insieme la Parolache dà vita (non è Gesù a distribuire, ma dà il pane ai discepoli e i discepoli alla folla – 19 -; un’annotazione non solo tecnica ma simbolica e teologica.

Nei gesti dei discepoli intuiamo i gesti della chiesa di Cristo, in cui ciascuno avvicina gli altri a Gesù e si fa portatore dei suoi doni per tutti.

Ciascuno, infatti, è portatore di doni e potenzialità, e deve metterli in gioco (Date voi stessi da mangiare…) per il bene di tutti. Nel fare questo c’è rischio e rinuncia e ci si ricollega alle parabole del Regno. Lascio per qualcosa di più grande, di più bello, di più vitale. Dio è garante della mia ricompensa.

Infatti il miracolo, per compiersi, ha bisogno della colazione dei discepoli che vi rinunciano per offrirla a Gesù: attraverso il poco di cui dispone, cinque pani e due pesci, egli sfama le folle, poiché se è in grado di offrire il vero pane che dà la vita al mondo (cf. Gv 6,33), quanto più può donare il pane di questo mondo!
Matteo invita così i cristiani a vigilare e a saper leggere i segni dei tempi, i segni della speranza che Gesù, nella sua compassione, offre a ciascuno di noi e a tutti gli uomini. La medesima speranza che una vita evangelica, in ogni giorno, fa sì che i cristiani e le cristiane la offrano a tutti.

 

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